Una delle principali cause della scarsa spettacolarità del campionato italiano è la poca competitività delle piccole rispetto alle grandi squadre. Certamente la cattiva distribuzione dei soldi dei diritti televisivi la fa da padrone ed è il motivo principale per cui la Juventus può permettersi di giocare con le riserve e vincere comunque in scioltezza le sue partite mentre il Crotone – che ha il monte ingaggi più basso della serie A – deve fare enorme fatica per raggranellare qualche punto e chiudere la sua prima volta in serie A dignitosamente.

Il calcio degli anni ’80 e ’90 resta un lontanissimo ricordo e non soltanto per tutti i campioni che il Bel Paese poteva permettersi ma anche (forse soprattutto) perché tutte le squadrette, quando affrontavano la Juve, le milanesi e le romane, giocavano la partita della vita e non erano così infrequenti risultati a sorpresa, soprattutto quando giocavano tra le mura amiche. Chiedete ai campioni di quegli anni cosa significava giocare a Verona, a Cagliari, a Perugia, a Foggia: il rischio dello ‘scansamose perché sono troppo forti’ era impensabile, perché anche le squadre più deboli potevano disporre di rose di giocatori di un certo livello che potevano dare fastidio ai team migliori.

Oggi la presenza di 20 squadre – anziché 18 (sarebbe ancora meglio 16) – in serie A ha comportato una dispersione dei buoni giocatori (da squadre di metà classifica diciamo) la quale – insieme al necessario inserimento (per questioni numeriche naturalmente) di giocatori di livello ancora più basso – ha prodotto come risultato finale un generale indebolimento delle piccole e quindi si è acuita la differenza con i grandi club che possono tranquillamente permettersi di concentrare tra le proprie mani i giocatori più bravi.

La prova di tutto questo sta nell’aumento della media punti per partita che i top club hanno totalizzato a partire dalla stagione 2004-2005 (stagione a partire dalla quale la serie A è stata allargata a 20 squadre), indice del fatto che le grandi vincono di più e le piccole perdono altrettanto di più.

Tornando al vecchio format (che prevedeva anche 4 retrocessioni anziché 3) i giocatori con meno talento andrebbero a giocare in serie B e aumenterebbero verticalmente le probabilità per squadre come Chievo, Udinese, Bologna – che ormai non hanno più da chiedere molto a questo campionato – di retrocedere nel campionato cadetto, ragione per la quale sarebbero costrette a giocare col coltello tra i denti fino all’ultima giornata.

Tavecchio e i top club conoscono benissimo questo problema e sarebbero favorevoli a un ritorno alla vecchia formula ma devono fare i conti con le piccole (che vogliono assicurarsi il loro tranquillo posticino in serie A) e soprattutto le televisioni (che ad oggi guadagnano di più perché sono di più le partite da trasmettere e quindi maggiori sono i proventi pubblicitari). Del resto le speranze perché questa controriforma si faccia sono limitatissime, almeno nel breve periodo, come dichiarato più volte dallo stesso presidente della FIGC.

Insomma, a noi sportivi ci piacerebbe assistere a maggiore competizione, a più ‘battaglia’ e chiediamo alla federazione di mettere in atto le misure migliori per non vedere più quelle scene anonime e raccapriccianti di giocatori e squadre che vanno in vacanza già da metà marzo perché hanno già raggiunto il tanto agognato obiettivo della tranquilla salvezza.

 

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