Con la vittoria sul Palermo la Juventus si è avvicinata ulteriormente al traguardo mai raggiunto prima del sesto scudetto di fila. Eppure a Vinovo non si respira l’aria migliore. La sensazione è che i rapporti tra Allegri e la società si siano incrinati e nonostante le smentite di rito da una parte e dall’altra questa sembra essere veramente l’ultima stagione dell’allenatore livornese sulla panchina bianconera.

Certamente questa sarebbe una notizia graditissima per i contiani e, in generale, quei tifosi per i quali la Juve vince perché dispone di una rosa talmente forte che non necessita – almeno in Italia – di un allenatore di grande livello per collezionare campionati e coppe nazionali.

Tuttavia, i risultati ottenuti da Acciuga parlano chiaro – soprattutto in Europa: oltre a 2 scudetti e altrettante coppe Italia va ricordata la finale di Champions al primo colpo e l’anno scorso la qualificazione ai quarti sfuggita al 92′ contro il più quotato (ma solo sulla carta) Bayern Monaco di Guardiola e dell’ex Vidal. Certamente risultati incompatibili con le dottrine di Conte che fanno della Juve una misera trattoria da 10 euro.

Il contributo dato alla squadra in questi ultimi due anni è stato soprattutto mentale. Via la sindrome Champions, patologia sofferta in prima persona da Antonio Conte, i giocatori hanno giocato alla pari con i top team europei e questo è certamente merito dell’autostima e della personalità che Allegri ha saputo trasmettere ai suoi ragazzi. A questo va aggiunta una certa sapienza tattica che pochi allenatori al mondo possono vantare e che ha permesso ad Allegri di trarre il massimo soprattutto nelle partite che contano. Il bel gioco va bene ma il risultato viene prima di qualsiasi altra cosa, concetto che si sposa benissimo con la filosofia della società improntata al motto “Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta“.

D’altra parte Allegri ha più volte dimostrato – e non solo alla Juventus – di non avere un’idea di gioco ben strutturata lasciando ai giocatori più talentuosi la libertà di decidere le partite con una giocata, un episodio. Come ha detto lui stesso dopo l’ultimo Chievo-Juve: << Il calcio non è una scienza esatta ma un’arte fatta per gente che sa giocare a calcio >>. Allegri sa benissimo che in campo scendono i giocatori e per vincere le partite c’è bisogno di quei campioni che difficilmente potrebbe trovare da un’altra parte. Le uniche squadre che possono essere considerate superiori alla Juve – Real, Barcellona e Bayern – hanno una filosofia di calcio votata al bel gioco e allo spettacolo, caratteristiche che poco hanno a che fare col tatticismo di Acciuga. L’Arsenal – che gran parte dei giornali danno come probabilissima destinazione a giugno – ha una rosa due spanne inferiore alla Juventus e il rischio in futuro sarebbe quello di non vincere così tanto.

Tuttavia, anche alla società risulterebbe difficile trovare un altro allenatore capace di valorizzare così bene la superdifesa bianconera, l’intelligenza tattica di Khedira e Marchisio, l’estro di Dybala e Cuadrado, la spietatezza di Mandzukic e Higuain. Inoltre Allegri ha il pregio di non pretendere mai troppo dalle società per cui lavora e l’aziendalismo è una delle parole più piacevoli da sentire nella sede di Corso Galileo Ferraris. Cambiare sarebbe un salto nel buio e quasi sicuramente sarebbe dannoso per entrambi. Ogni matrimonio vive i suoi momenti di crisi che si superano con cervello e pazienza e, poiché queste caratteristiche non mancano ai dirigenti né all’attuale allenatore, è lecito credere (o sperare) che i margini per recuperare il rapporto e continuare ad andare avanti e vincere ci siano tutti.

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